Sophia Tomelleri: sax tenore con il cuore jazz made in USA

28.10.2021, di Luca Testoni

Dopo l’uscita di “These Things You Left Me”,  la compositrice e tenorista milanese approda sui palchi di JAZZMI FUTURE

«Le quote rosa non mi piacciono. Figuriamoci nella musica. Purtroppo, c’è ancora chi si stupisce che si siano donne che suonano il sax, il contrabbasso o la batteria. Altrove non è così. È una questione culturale e noi siamo ancora indietro. Credo possa essere superata con l’educazione e la scuola».

Sophia Tomelleri, 29enne compositrice e tenorista milanese, nipote d’arte (suo nonno è il celebre sassofonista Paolo Tomelleri), non ne vuole sapere di questione di genere applicata al jazz. Come darle torto?

Vincitrice l’anno scorso del prestigioso premio Massimo Urbani (e grazie al premio ha inciso l’album “These Things You Left Me” pubblicato da Emme Record Label e disponibile su tutte le piattaforme online) e tra i nomi più gettonati quando si parla delle nuove leve del jazz italiano, Tomelleri sarà in concerto giovedì 28 ottobre al Teatro Filodrammatici di Milano nella prima delle tre serate targate “JAZZMI FUTURE” alla testa di un ottimo quartetto del quale fanno parte anche Simone Daclon al piano, Alex Orciari al contrabbasso e Pasquale Fiore alla batteria.

«Ultimamente, quando si parla di jazz davvero non si sa più che cosa pensare. Troppe cose sono spacciate per jazz e non lo sono. Se è vero che è nato dall’unione di diverse culture, sembra quasi che il concetto stesso di jazz abbia perso la sua identità», argomenta Sophia Tomelleri. Le nuove generazioni? «Da quello che ascolto pare che alcuni miei coetanei si fissino un po’ troppo con una musica troppo razionale o troppo concettuale e lasciano in secondo piano l’armonia. Personalmente non voglio passare per tradizionalista, ma preferisco il jazz più acustico, alla maniera del sassofonista Mark Turner, uno dei miei preferiti». A propositi di preferiti, Tomelleri mette al vertice delle due preferenze discografiche uno degli album capolavoro di John Coltrane, “My Favourite Things”, e “Something Gold, Something Blue” del trombettista Tom Harrel. Sophia ha dunque il jazz Made in Usa nel cuore.

Un rammarico rispetto al nuovo jazz di questi tempi è l’evidente mancanza di spazi: «Non è vero che ai giovani non piace jazz. Il nodo cruciale è che mancano gli spazi dove suonare. Nei teatri e nei locali con i biglietti troppo costosi non ci vanno. E anche per noi musicisti diventa difficile se non si sa dove andare. Non dico un club, a volte non c’è nemmeno un bar…».

D’obbligo, infine, chiedere conto del suo incontro con il sax tenore. «È successo solo tre anni fa», risponde. «Ho iniziato con il pianoforte sin da piccola e in casa ascoltavo tanto jazz. Poi mi sono diplomata al conservatorio in musica classica e in sax contralto. Sono a mio agio con il sax tenore: è lo strumento che utilizzo per l’improvvisazione nell’idioma jazzistico. Negli ultimi tempi mi sono sempre più concentrata sulla composizione e quando compongo uso il pianoforte. Tra l’altro, sto pensando di approfondire l’aspetto compositivo iscrivendomi a un biennio al conservatorio di Genova».

 

 

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