Ritornano i Kings. Quelli buoni e… bravi

 

di Luca Testoni

L’estroso frontman Erlend Øye ed Erik Glambek Bøe, il bello e riservato della coppia, una laurea in architettura nel cassetto e tre figli, sono di nuovo in tour. Già, perché i Kings of Convenience sono come il buon vino. La musica del duo norvegese (ma ormai Erlend è di casa in Sicilia…) non invecchia mai e, dettaglio non irrilevante, i loro fan non si stufano mai di ascoltare dal vivo il meglio del loro canzoniere, dal bucolico album di esordio Quiet Is The New Loud in avanti.

Sono in tutta una mezza dozzina i concerti del tour italiano fissati per l’estate 2026: si parte dalla Reale Tenuta di Carditello a San Tammaro, in provincia di Caserta il 24 luglio; poi il 26 saranno al “Monfortinjazz” di Monforte d’Alba (Cuneo); il 28 ad Argenta per Ferrara sotto le Stelle; il 29 a Gardone Riviera, nell’ambito del Tener-a-mente Festival; il 31 luglio a Camigliatello Silano (Cosenza) per Be Alternative Festival; e, gran finale, il 2 luglio, nella suggestiva cornice del Teatro Greco di Tindari (Messina). 

Per questo “giro”, i Kings of Convenience saranno accompagnati da un trio d’archi che include Tobias Hett (viola), Naomi Berrill (violoncello) e Davide Bettolini (contrabasso). 

Sarà l’occasione anche per ascoltare in anteprima qualche brano di un nuovo album, annunciato entro la fine dell’anno. Per la cronaca, l’ultimo, Peace or Love, del 2021, arrivò dopo una dozzina d’anni di silenzio.

Da quando, nel 2001, sono stati eletti dai media internazionali come paladini del movimento neo-acustico, il duo indie-folk in arrivo da Bergen, Norvegia, ci hanno insegnato che per fare buona musica, che sa come parlare al cuore e creare atmosfere ad alto tasso di intimità, non sono necessarie chissà quali diavolerie informatiche o effetti choc: bastano un paio di chitarre (acustiche naturalmente), buone canzoni pop-folk e melodie accattivanti da cantare. 

Si potrebbe dire, semplicemente, che la loro musica si basa su due riferimenti distinti: João Gilberto e Simon & Garfunkel. I brani “più grintosi” tendono al primo; quelli più tranquilli al secondo. 

Non urlano, per lo più sussurrano, ma i loro suoni morbidi e crepuscolari, figli del folk pop anni Sessanta e della bossanova, sono un antidoto al trash e al troppo rumore che ci circonda. Che Dio li benedica!

 

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