Arto Lindsay, Lectura Dantis. Voce e vortice

10.05.2021, di Giacomo Luperini

In occasione dell’anno di Dante e dei quarant’anni dalla Lectura Dantis di Carmelo Bene, Arto Lindsay dà nuova vita a un’opera immortale

Il 23 Novembre del 530 A.C. salì sul palco di un teatro di Atene il primo attore della storia nella prima rappresentazione teatrale testimoniata: Tespi. Si dice che fino ad allora le storie fossero state narrate solo in terza persona e che quindi lui sia stato il primo ad “indossare i panni di qualcun altro”. Anche se probabilmente la testimonianza della sua esistenza sconfina nella leggenda, la sua figura rimane importante per ciò che rappresenta: una profonda esigenza comunicativa che prende finalmente vita. Esistono varie arti per esprimere l’inconcreto, l’estasi e l’inarrivabile. Scultura, recitazione, scrittura e musica concorrono assieme alle altre arti nel creare l’intricato mosaico che definisce ciò che non è possibile definire. La storia che raccontiamo oggi unisce tre artisti, lontani nel tempo, nello spazio e nell’esigenza comunicativa, ma accomunati da una storia: La Divina Commedia e più nello specifico, l’Inferno.

Dante, il più celebre dei fiorentini di ogni tempo, scrisse quest’opera tra il 1304 e il 1321. Era in esilio a causa del suo rifiuto di pagare un’ammenda inflitta per punire la sua militanza politica tra i guelfi bianchi. Nel 1305, in piena scrittura dell’Inferno, soggiorna a Bologna e qua scrive della sua angoscia esistenziale e punisce i malfattori della sua epoca e del passato gettandoli tra le braci di ciò che oggi chiamiamo “gironi danteschi”. È proprio a Bologna che un altro artista, anche lui eccelso (anche se meno famoso), Carmelo Bene, celebre attore salentino irriverente e atipico, mise in scena un evento dalla portata di un grande concerto rock, ma lo fece leggendo il classico dei classici: l’inferno di Dante. Era il 31 luglio 1981, quasi un anno dopo la strage di Bologna, la terribile strage di matrice fascista nella quale vi furono quasi 300 tra morti e feriti, organizzata e finanziata dal Licio Gelli, Mario Tedeschi, Umberto Ortolani e Federico Umberto D’Amato. Carmelo Bene scelse la Torre degli Asinelli come palco, simbolo e apice della città e fece una dedica a quella terribile tragedia.

«Dedico questa serata, da ferito a morte, non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage»

Il successo fu clamoroso. Nei giorni seguenti i più importanti organi di informazione lo definirono un evento straordinario e irripetibile, anche grazie alla folla di persone che riempiva la piazza. Accadde purtroppo che a causa di dissapori politici con la Democrazia Cristiana, l’evento non venne trasmesso in RAI e per anni parve che dovesse essere destinato a sopravvivere solo nella memoria dei partecipanti. Nel 2006 però comparve un filmato inedito e integrale della serata e la Lectura Dantis, sia pure solo come registrazione, riprese vita. Sempre a Bologna, sempre a quella imperdibile serata del 1981, faceva parte del pubblico ammaliato un giovane musicista, all’epoca esponente di punta dei DNA: Arto Lindsay, reduce del suo primo concerto in Italia avvenuto pochi giorni prima nella stessa città.

«C’ero anch’io tra il pubblico accalcato sotto le torri di Bologna ad ascoltare la Lectura Dantis di Carmelo Bene in quella notte di luglio del 1981. Il rumore della folla era alto quasi quanto la voce di Bene che leggeva il miglior libro scritto dagli uomini, come Jorge Luís Borges aveva chiamato La Commedia.

Carmelo Bene aveva scelto Dante per interrogare e riaffermare le ragioni dell’umano di fronte all’orrore indicibile della bomba alla stazione. Il lutto, lo smarrimento e il conforto divennero una cosa sola. All’epoca non avevo familiarità con l’italiano del tredicesimo secolo e nemmeno troppo con quello del ventesimo. Fu il suono ad impossessarsi di me, ad attraversarmi “da interiorità a interiorità”. Sentivo, respiravo, afferravo qualche parola. Era musica.

Nell’anno in cui portiamo tutti il peso di una cupa esperienza, abbiamo ancora bisogno di ascoltare la voce di Dante. Voglio suonare ancora quella Lectura Dantis, spremerla, esaltarla, farle dire tutto, ascoltarla e parlare con lei. Voglio aggiungere il nostro momento al suo momento, il nostro suono al suo suono, la nostra musica alla sua musica».

È così che è nato “Lectura Dantis. Voce e vortice”. Pochi ingredienti ma molto incisivi: un allestimento fatto di luci e spirali, di caos e silenzi, dove la voce potente e avvolgente di Carmelo Bene, guidata da Arto, dialoga direttamente con il dilaniante vociare delle anime perdute. Una piccola orchestra, composta da Arto,  Melvin Gibs, Redi Hasa, Roopa Mahadevan e Rachele Andrioli, realizzata per creare un controcanto e una cornice che possa restituire al presente le atmosfere e le sensazioni vorticose di quella grandiosa esibizione ripercorrere varie declinazioni dell’Inferno Dantesco: quelle raccontate da Dante e vissute sulla sua pelle, quelle rievocate da Carmelo Bene mentre “indossava” Dante per dialogare col dolore della sua epoca e infine quelle create da Arto, che anima Carmelo Bene mentre indossa i panni di Dante, per dialogare con lui e farlo dialogare, con un nuovo linguaggio, direttamente con la nostra epoca.

Il viaggio iniziato da Tespi 2490 anni fa, il tentativo di rendere vive e presenti le esigenze comunicative del passato e di attualizzarle, è più vivo che mai e naviga tra le arti, i luoghi e i secoli. Partendo da Dante e passando da Carmelo Bene, Arto Lindsay restituisce nuova energia vitale all’opera più importante della nostra letteratura.

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