C’erano una volta Les Négresses Vertes… e ci sono ancora!
Di Luca Testoni
Sopravvissuto a morti, separazioni e numerosi avvicendamenti, il collettivo di musicisti figli di immigrati spuntato dal nulla notti parigine più underground sul finire degli anni Ottanta, resiste e “combatte” in mezzo a noi. Sempre fedele a se stesso e soprattutto alla patchanka. Vale a dire a quello che è a tutti gli effetti il marchio di fabbrica di questa ditta sui generis che ha eletto a manifesto esistenziale l’orgoglio antirazzista di chi è costretto a vivere da straniero a casa propria e un suono “da strada” che più meticcio non avrebbe potuto essere in cui tutto – ma proprio tutto – è assimilato. Punk, rock, musica gitana e nordafricana, flamenco, valzer, ska, tango, reggae, danze francesi e chi più ne ha più ne metta.
Così, grazie all’indefesso lavoro dell’ultimo dei fondatori, il chitarrista di origini algerine Stéfane Mellino, anche le nuove generazioni hanno la possibilità di godere dal vivo dei classici del repertorio di un ensemble interetnico che, grazie a un paio di azzeccatissimi album e a tutta una serie di indimenticabili performance a dire poco esplosive, ha lasciato un segno indelebile. E non solo nella natia Francia.
Il 16 aprile Les Négresses Vertes torneranno per un unico concerto nel nostro Paese. Appuntamento all’Alcatraz di Milano.
Squillino le trombe, largo alle fisarmoniche e alle chitarre acustiche, è ora di far festa. Già, perché con Voila l’etè e Zobi la Mouche è pressoché impossibile non scatenarsi.
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