Griot: nuove storie da raccontare

12.08.2021, di Giacomo Luperini

L’arte e la cultura griot, dopo la fama raggiunta con l’Afrikan blues, si adatta a nuovi linguaggi e nuove sfide, dimostrando la sua tenacia e il suo attaccamento con il presente. 

È un mestiere antico come il mondo, che risponde ad una necessità degli esseri umani, ad un loro bisogno fondamentale: quello di raccontarsi. Finché ci saranno nel mondo due persone, ci sarà chi racconta una storia e ci sarà chi ascolta una storia. Quante cose si fanno, o si sono fatte, che non si sarebbero mai fatte se non ci fosse stata la possibilità di raccontarle! Senza la memoria del passato che è all’origine di ogni racconto, il nostro percorso di civiltà sarebbe ancora fermo da qualche parte nella notte dei tempi. Le grandi conquiste e le grandi imprese di ogni genere non avrebbero avuto lo stimolo per compiersi, e anche gli atti di eroismo sarebbero stati rari, e sarebbero stati scambiati per follia“

Sebastiano Vassalli nel suo “Un nulla pieno di storie” (Interlinea; 2010) si riferiva con questa descrizione al mestiere dello scrittore, ma sembra cogliere a pieno l’essenza dell’oggetto del nostro racconto: i griot e il loro destino. Quella del griot e delle griotte è una professione antica, la cui origine si perde nella notte dei tempi e che ha caratterizzato e caratterizza un’ampia area geografica, pressapoco corrispondente all’antico Impero del Mali e animata da una moltitudine di culture e lingue differenti.

Menestrelli, bardi, diplomatici, custodi del sapere, voci di una comunità. È difficile dare una definizione univoca di una figura trasversale, multiculturale e millenaria come quella dei Griot. Il termine stesso, con il probabile significato di “servitore”, è attestato fin dal XVII secolo e risulta volutamente approssimativo, in quanto inventato in lingua francese per trovare una koiné tra i vari nomi utilizzati per descrivere questa figura. Basta guardare ad alcuni sinonimi utilizzati in altre lingue per trovare una definizione più specifica: in lingua malinké, per esempio, è chiamato (con diverse varianti) “djeli”, ovvero “trasmissione attraverso il sangue”, mentre in paesi di lingua Wolof troviamo il termine “géwél”, che deriva da “formare un cerchio attorno a qualcuno”. In generale la figura del griot e delle griotte è -o meglio era- legata al nome di una famiglia, una vera e propria casta endogamica, dove la sopravvivenza delle melodie, dell’espressività e delle conoscenze ataviche veniva passata di generazione in generazione e conservata tramite matrimoni consumati rigorosamente all’interno della casta stessa. Questi uomini e donne, pionieri di un’arte ancora oggi viva e secolarizzata, seguivano una rigida istruzione lunga decenni e finalizzata al racconto della tradizione orale di villaggi, regni e dinastie tramite la poesia, il canto, la musica e la recitazione. Dagli anni ’70 ad oggi, si è assistito in tutto il mondo, complice la sempre maggiore popolarità della word music, ad un ampio successo internazionale della figura del griot. La crescente popolarità dell’african blues ha innescato un processo di secolarizzazione e contaminazione che ha permesso un profondo proliferare al di fuori delle caste e dei dogmi di questa tradizione: jazz, blues, muscia classica, hip hop.

L’insegnamento delle sonorità e delle tematiche nei conservatori, come ad esempio In Senegal dove è possibile studiare oltre agli strumenti occidentali la korà e il balafon, ha permesso a sempre più artisti di utilizzare un repertorio musicale tradizionale all’interno di melodie nuove.

La cultura griot è traboccata dal suo ruolo istituzionalizzato e famigliare, che pure continua fortunatamente a sopravvivere con artisti di calibro internazionale con Toumani Diabaté, appartenente alla settantunesima generazione di griot della sua stirpe. Le contaminazioni raggiungono sempre più spesso musicisti di grande fama e senza alcun legame con una tradizione “di sangue”. È il caso di Rokia Traoré, musicista maliana che si è avvicinata a questo genere arrivando dal blues e dal rock, nonostante la sua appartenenza ad una casta nobiliare, una casta un tempo vista come “contrapposta” a quella della griotte.

Non esiste più un’arte né casta che riesca ad essere impermeabile a questa cultura che è riuscita ad adattarsi anche alle sfide poste dal Covid 19 e dei lockdown. In Burkina Faso ha avuto grande successo Kientega Pingdéwindé Gérard (KPG) e il suo podcast di racconti griot, che hanno raggruppato intorno agli schermi migliaia di persone a serata, raggiungendo un’eco mondiale.

La figura del Griot è sopravvissuta nei millenni al cambio di regni, popoli e culture e sopravvive tutt’oggi riuscendo perfettamente ad adattarsi in forma poliedrica al villaggio globale del XXI secolo e alle sue nuove tecniche espressive. Davanti alle nuove sfide comunicative, l’antica arte dei griot sembra tutt’altro che anacronistica e continua a proliferare in numeri e contenuti. Finché ci saranno storie da raccontare, servirà qualcuno pronto a farlo e i griot sono qui per questo.

 

APPROFONDIMENTI

Un nulla pieno di storie
Lo streaming del griot
origini del griot

 

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