Lucio Corsi. Animali liberi e foreste in gabbia

04.04.2021, di Giacomo Luperini

Quattro chiacchiere con Lucio Corsi a proposito delle sue fonti di ispirazione e del suo particolare rapporto con l’ambiente.

Lucio Corsi è un artista eclettico e complesso nato nel Grossetano e residente da anni a Milano.  Cantautore glamour, pop e poetico, vanta quattro album in studio molto diversi tra loro per tematiche e stile. Abbiamo fatto una chiacchierata con Lucio per farci raccontare il suo personalissimo rapporto con la natura, con il mare e con l’urbanizzazione, ossia i principali leitmotiv della sua produzione artistica. Questa estate lo troverete in tour per l’Italia: a cominciare dal 26 giugno al Villa Serra Greenside di Comago (GE) e il 30 al Climate Space Film & Music festival di Melpignano (LE). A luglio lo troveremo l’8 all’aritvive festival di Soliera (MO), il 10 al Pistoia Blues in Piazza Duomo, per concludere il 15 all’Anfiteatro del Venda di Galzignano Terme (PD).

Ciao Lucio, cominciamo con una domanda di routine ma molto importante: come stai passando questo periodo di pandemia? Che effetto sta avendo sul tuo lavoro? Sto cercando di sfruttarlo al meglio, non volevo che diventasse tempo perduto e così sono sceso in Maremma, a casa mia, dove sto preparando il disco nuovo. Cerco di dargli un senso così. La Maremma è il luogo migliore per me, per poter creare: c’è tranquillità, posso suonare a qualsiasi ora senza dare noia a nessuno. Sto in piena campagna, non c’è nessuno intorno a me, ma ho tutti gli strumenti di cui posso avere bisogno, perciò non esiste un posto migliore per me in questo momento.

Nei tuoi testi compare spesso la natura come soggetto, senza giudizio, espressa con molta poesia. Per te cosa significa “natura”? Che rapporto hai con lei e che rapporto ha lei con la tua arte?
Sono nato e cresciuto in un podere circondato non da pali della luce, ma da alberi dell’ombra (e li preferisco di gran lunga). Sento la necessità di essere circondato da alberi, animali e mare. Come diceva Ivan Graziani “la mia casa è il mare e con un fiume no, non la posso cambiare”. È proprio così. Se ti innamori di qualcosa da piccolo, quando manca da adulto ne senti il bisogno.

Sai, è particolare che tu mi stia parlando di “alberi dell’ombra” e “pali della luce” perché proprio in questi giorni stanno uscendo numerosi articoli sul tema della palificazione di Milano. Si è arrivati a dire che a Milano ci sono più pali che alberi. Pensa che soltanto in piazza XXIV Maggio ce ne sono più di 300…
L’uomo vorrebbe saper fare cose simili alla natura e cerca di dimostrarlo in ogni modo. È una continua sfida ma non è la stessa cosa, siamo destinati a perdere. Nelle opere dell’uomo manca il disordine che sa dare la natura.

Nei tuoi testi si percepisce spesso una divisione netta tra natura antropomorfizzata selvatica e una addomesticata. Quindi chi sono gli umani selvatici e quali sono addomesticati?
Mi diverte un sacco immedesimarmi in generale con ciò che abita su questo pianeta, anche con gli oggetti.

Per esempio?
Per esempio i dubbi di un bicchiere che pensa di essere nato fantasma a metà, quasi del tutto trasparente. Mi permette di trovare nuove posizioni mentali per osservare il mondo che mi circonda. I pensieri di un albero, di un oggetto, di un animale o di un essere umano, voglio immaginarli tutti. In fondo, noi, gli alberi, i cavalli, i bicchieri e le moto, siamo tutti attori di questo pianeta.

E quindi chi è addomesticato?
Nessuno è realmente addomesticato. Anche gli alberi di città non sono realmente addomesticati. sono liberi, nati per scappare, ma rinchiusi come in uno zoo per limitare le loro abilità di fuga. Poi in realtà dipende da essere vivente ad essere vivente. Alcuni animali nascono per amare la vita di città, e altri se la vivono meglio nei campi. Proprio come noi. Pensa ai piccioni: nascono con il colore dell’asfalto, sono perfettamente mimetizzati in città, sembrano fatti apposta per vivere l’asfalto.

Come vivi il tuo rapporto con la natura in un luogo come Milano?
A Milano la natura vive più che altro nei pensieri, nei ricordi e nelle fughe verso casa. D’altra parte la città mi offre cose che la campagna non può offrirmi, lavorativamente parlando. Quando sono in Maremma, Milano non mi manca tanto, sinceramente, se non per le esigenze lavorative. Qua (in Maremma) creo, a Milano porto avanti i progetti. Quando sono a Milano ho voglia di spostarmi dal casino, starmene tranquillo e andare in un posto che mi dia soddisfazioni visive. C’è davvero troppa gente a Milano. Dopo un po’ mi rompo le palle (ride).

In che modo natura e città influiscono sul tuo modo di creare?
Sono molto più rilassato in natura. Ora va molto di moda dire che dobbiamo uscire dalla nostra “confort zone”. Si dice che se esci dalla tua zona di conforto, sentendoti in difficoltà, agirai per fare progressi. Ma perché? La cosa più difficile e più bella per me è progredire nella zona di conforto, riuscire ad essere a mio agio senza adagiarmi. È molto più difficile, però è molto più bello! Io ci sto benissimo nella mia confort zone, ci vorrei stare sempre. Quindi: viva la confort zone e viva la Maremma (nel mio caso)!

C’è un luogo di casa tua che consiglieresti per poter cambiare prospettiva?
Una delle zone della mia terra che mi affascina di più è la Diaccia Botrona. È ciò che rimane dell’immenso acquitrino che un tempo ricopriva queste terre, prima che le bonificassero. È un posto strano, affascinante. È vicino al mare, si vedono le isole e ci sono anche i fenicotteri rosa.»

Il mare e le Isole dell’Arcipelago tornano spesso nei tuoi testi. Cosa rappresentano per te?
Il mare lo conosciamo veramente poco. Abbiamo visitato Marte, la luna, ma degli abissi, di chi li abita e di cosa accade veramente lì, non sappiamo niente. Ce l’abbiamo così vicino, eppure non riusciamo a capirlo. È piatto, infinito, apparentemente tutto uguale. Puoi girare tutto il pianeta sull’acqua e non toccare mai terra. Mi colpì molto la storia di Ambrogio Fogar che fece il giro del mondo in solitaria nel 1974, partendo e tornando da Castiglione della Pescai: partì, attraversò tutto il pianeta e vide solo acqua. Apparentemente tutta uguale, ma sotto sempre diversa.

Anche con le Isole dell’Arcipelago Toscano ho un rapporto simile. Soprattutto in quei giorni in cui sembrano volare sospese sul mare. Mi hanno sempre affascinato. Da casa mia, al tramonto, si vede il Giglio, le formiche di Grosseto, Montecristo e l’Elba. Dell’Elba si intravedono addirittura le case!

Hai un aneddoto sul vivere la natura che è stato particolarmente formativo per te?
Non c’è nessun avvenimento plateale. È una serie di abitudini e di piccoli avvenimenti che però sommati insieme ti formano. Essere vissuto a contatto con il fango e con il mare è stato molto importante per la mia crescita.

Nel 2014 hai esordito aprendo il concerto degli Stadio al festival Festambiente di Rispescia (probabilmente il più noto e longevo eco-festival italiano). Com’è stata l’esperienza? Ti definisci un ecologista?
All’epoca avevo 18 anni, ero proprio agli inizi della carriera ed ero lì principalmente per suonare. Era il mio primo palco grande ed è stato bello e traumatico. C’era un sacco di gente e io stavo lì davanti, con la mia chitarra e la voce. Lo affrontai a diritto, però il pubblico degli Stadio era veramente tosto! A un certo punto hanno iniziato a fischiarmi perché volevano gli Stadio. Fu molto formativo. Sono contento di aver fatto quell’esperienza.

Per quanto riguarda il mio rapporto con l’ecologia, non credo di potermi definire “ecologista”. Dovrei mettere molto più impegno nella mia vita quotidiana per potermi definire tale. Ovviamente, essendo cresciuto in campagna, amo determinate cose e cerco di starci attento per poterle preservare. Provo a migliorare il mondo in una direzione che credo sia giusta, ma non mi impegno abbastanza per poter essere davvero un ecologista.

E adesso su cosa stai lavorando?
Da quando è iniziato il primo lockdown ho iniziato a lavorare al nuovo disco, sono a un buon punto ma voglio aspettare il momento giusto. Soprattutto voglio aspettare di poter suonare dal vivo, anche perché per le nuove canzoni che ho scritto è ancora più importante del solito quell’aspetto. Ci vuole pazienza. Non bisogna per forza parlare, suonare e cantare. Dobbiamo imparare dai pianoforti il vero significato dello stare in silenzio, fino a che non si ha qualcosa da dire.

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