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La “Babilonia” di Antonio Castrignanò, quando il folk guarda al futuro

C’è una cosa che accomuna i musicisti della nouvelle vague salentina. E cioè quella di affrontare la tradizione smisurata del Salento senza avere paura di farla dialogare e contaminare con altre musiche del villaggio globale contemporaneo.

18.02.2022, di Luca Testoni

A ben guardare (e sentire…) proprio questa sembra la “missione” di Antonio Castriglianò, talento della Grecìa salentina che proprio oggi, 18 febbraio, dà alle stampe a “Babilonia”, l’album in uscita per Ponderosa Music Records.

Preparatevi a una sorta di ideale toccasana per le orecchie dopo la baraonda sanremese. Di più a un viaggio dal Salento e ritorno dove “nostro maestro del tamburello”, responsabile della produzione artistica e della direzione musicale, ha condiviso suoni, lingue e dialetti (parlando di amore e lavoro, onesto e non sfruttato; dell’umanità in relazione con la natura) con compagni di grandissimo valore, a cominciare dal napoletano Enzo Avitabile, tra i simboli della world music d’esportazione, con il quale ha duettato nel singolo “Masseria Boncuri”, luogo simbolo (si trova in quel di Nardò, in provincia di Lecce) della lotta contro il caporalato.

Tuttavia, per il suo viaggio senza frontiere né barriere Castriglianò ha imbarcato anche molti altri nomi eccellenti, in gran parte per niente prevedibili: dal polistrumentista e produttore turco Mercan Dede alla suonatrice di kora gambiana Sona Jobareth, passando per il cantante senegalese Badara Seck e il compaesano Don Rico, voce della posse salentina dei Sud Sound System.

Senza dimenticare i musicisti al suo fianco lungo le 10 tracce: il fisarmonicista Rocco Nigro, il violinista Luigi Marra, il bassista Giuseppe Spedicato, il chitarrista Maurizio Pellizzari, Gianluca Longo (mandola), Gianni Gelao (fiati, bouzouki, zampogna) e, qualità di guest, il violoncellista albanese Redi Hasa.

La musica di Castrignanò, per dirla con le sue parole, «nasce dall’esigenza di risalire alla fonte e di riportare ai nostri giorni la musica di un antico rituale come quello della Taranta». Una musica che «si arricchisce di sonorità, colori, volti storie, si carica di significato e si allarga al mondo diventando comunità, emozione, guarigione e luce…». Un programma molto ambizioso, ma che tutto vuole essere tranne autoreferenziale. Il folklore estroverso e spesso irresistibile che si ascolta in “Babilonia” racconta di un autore che non si limita ad intrattenere, ma sembra indicare un percorso per la world music del futuro.

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