Jaga Jazzist

Bio

I Jaga Jazzist sono un gruppo di jazz sperimentale nato in Norvegia, a Tønsberg, nel 1994 dall’iniziativa dei due fratelli Lars e Martin Horntveth e del polistrumentista, nonché compositore, Ivar Christian Johansen, anche noto come Ravi.

Il disco d’esordio dei Jaga Jazzist è Jævla Jazzist Grete Stitz del 1996 che già mostra l’anima musicale del gruppo, in cui il jazz si coniuga all’elettronica, al rock e anche al rap.

È tuttavia nel 2001, quando pubblicano A Livingroom Hush, che i Jaga Jazzist iniziano a farsi conoscere a livello internazionale: il loro album viene distribuito a livello internazionale e gli ascoltatori della BBC Radio lo nominano Album Jazz dell’Anno.

Dopo The Stix del 2003 in cui le sonorità dell’elettronica prendono il sopravvento, il gruppo si avvicina al rock nel 2005 con What We Must, prima di prendersi cinque anni di pausa dalle registrazioni in studio ma anche dai tour.

Nel 2010 tornano con One-Armed Bandit, ma è con Live with Britten Sinfonia che i Jaga Jazzist si impegnano in un progetto più strutturato ed ambizioso: insieme ai venticinque membri dell’orchestra inglese Britten Sinfonia creano un album di grande equilibrio e armonia che unisce l’ariosità delle armonie orchestrali con l’improvvisazione jazz.

Nel 2015 pubblicano Starfire, una suite di canzoni basate sulle costellazioni e su come la configurazione delle stelle varia in ciascuna parte del mondo. Il disco nasce dalle sensazioni provate da Lars Horntveth quando decide di lasciare la Norvegia per Los Angeles e viene ispirato dal “nuovo” spazio che lo circonda. La commistione di generi presente nei brani, che diventano sperimentali all’inverosimile, rende Starfire l’album più apprezzato dei Jaga Jazzist.

Nel novembre 2016 il gruppo si esibisce in Italia per sei concerti a Milano (Santeria Social Club), Roma (Monk Club), Torino (Teatro Superga Nichelino), Ravenna (Bronson Club), Brescia (Latteria Molloy) e a Genova (Teatro La Claque).

Successivamente nel 2020 il gruppo norvegese torna con Pyramid, composto da quattro lunghe composizioni registrate in sole due settimane. OndaRock si sbilancia affermando che «In tutto il disco, l’attenzione della band è concentrata sulla creazione di un paesaggio emotivo roseo, luminoso, paradisiaco e artificiosamente tale. I timbri cristallini della chitarra e dell’occasionale vibrafono, i costanti giochi di riverbero, cori e pad sintetici con le loro subliminali transizioni armoniche […] confluiscono in […] sogni fantascientifici che il tempo ha sciolto come neve al sole, lasciando a chi li insegue soltanto il loro slancio immaginifico e una languida, impalpabile nostalgia».

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