A occhi aperti: Pacifico a fumetti

Com’è quando i personaggi di alcune preziosissime canzoni escono dal giro di quinta e prendono forma, vita, cominciano a pensare e a reagire? Forse è un sogno che si avvera o forse siamo noi a diventare sogni.

10.05.2021, di Martina Iaconageli

Pacifico, nato Gino De Crescenzo, è una delle personalità più eclettiche e allo stesso tempo delicate del panorama musicale italiano. Lui scrive. Scrive canzoni, scrive poesie, scrive articoli e recensioni su altri artisti e canta. Canta del tempo, dell’amore, di certi dubbi amari dell’esisteza e di sogni. E cos’è se non un viaggio onirico alla scoperta dei personaggi delle sue canzoni questa bizzarra collaborazione con Franco Matticchio, Maestro del sogno su carta. Pacifico musica e Matticchio disegna e così, pian piano, prendono vita la ragazza di spalle che guarda il tramonto sul mare e l’altra donna, quella che mette su un disco e l’ascolta nuda sul divano. Si anima la stanza, la stanza di ognuno di noi, con tutti i mobili e gli specchi e quello che ci gira intorno nella nostra intimità. Si risveglia quell’uomo, al di là di una finestra senza tende, che sta lì immobile mentre il tempo scorre via e si risveglia la casa, quella sulla collina, che prende il volo quando le rondini arrivano a dirle che è primavera.

Abbiamo raccolto in questo articolo quello che Gino stesso ci ha raccontato su queste canzoni, su quello che c’è stato in mezzo tra la musica e la matita. Canzoni e disegni preziosissimi, come sempre è prezioso quello che ci fa scoprire il mondo e forse, un altro pezzetto di noi stessi, qualcosa che non sapevamo fosse lì o che avevamo dimenticato.

QUELLO CHE SO DELL’AMORE
“Quello che so dell’amore” è una canzone allo specchio. Con le difese basse, abbandonato l’arsenale di pose e alibi, ti guardi e devi ammettere che alla fine sei sempre tu, pressoché identicamente riprodotto nelle diverse storie d’amore che hai avuto – dichiara Pacifico – Matticchio ha aperto il suo cassetto di “Attimi Sospesi”, e ha tirato fuori la breve attesa di un tramonto. Una ragazza di spalle, ipnotizzata davanti alla parabola rallentata ma inesorabile del sole. E guardando, pare di sentire sulla pelle l’ultimo calore del giorno.”

BASTASSE IL CIELO
“Bastasse il cielo è una canzone-drone. 
È un volo sulla città, di notte. La città sfila di sotto, la guardiamo mentre dorme di un sonno faticoso. In giro cani magri con le costole in vista, che si contendono l’avanzo caduto in terra rovesciando i bidoni. Ragazzi a gruppi, che si stringono dentro al maglione che sa di fumo, pigiati in un’utilitaria che rimbomba di musica. Le circonvallazioni deserte. I semafori, lampeggianti e interdetti, che sembrano turisti smarriti e bisognosi di informazioni. 
Le poche finestre accese nei palazzi. Uno che studia e prepara l’esame, e sono giorni che resta in pigiama, anche di giorno. Uno che segue lo stesso rituale per anni, metà della giornata dopo la prepara la sera prima, meticolosamente, meccanicamente. Gli abiti sullo schienale della sedia, la borsa di pelle lasciata aperta per un’ultima occhiata prima di uscire, la macchinetta del caffè stretta che aspetta l’innesco della fiamma.”

Bastasse il cielo | Link al video

A CASA
“Nel tragitto tra la mia abitazione e lo studio dove lavoro incontro spesso una madre e una figlia. La madre appare giovane nelle giornate di sole, invecchia quando piove. Ha sempre lo stesso cappotto addosso, maschile, di diverse taglie più grande. Ai piedi, nudi anche d’inverno, ciabatte infradito. La ragazzina, una dozzina d’anni, le corre intorno, canta e accenna piccole coreografie e balletti. La madre si ferma ad ogni cumulo di rifiuti, ad ogni deposito di vestiti usati. Scatoloni, scatafasci, montarozzi. Entra per metà nel bidone, rovescia in terra giacche, maglioni, camicie. Le esamina, e quelle utili le allunga alla figlia, che le spinge dentro a un borsone.
La madre è sempre in pena, indifferente. Una volta l’ho vista sorridere. La figlia quella mattina teneva il broncio, non ne poteva più di quel giro alla ricerca di abiti e oggetti da recuperare. Per protesta, ha tirato fuori dal borsone un bomber dorato, enorme, e l’ha indossato. Camminava davanti, risentita, le braccia conserte. La madre aveva altro per la testa, ma sorrideva e scuoteva appena il capo guardando la ragazzina ostinata e ribelle, che pareva un palloncino d’oro posatosi su due gambe magrissime, rese gialle dalla calzamaglia. La madre ha sempre qualcosa da controllare prima di uscire. La figlia è già fuori dalla porta, e canta, ed è smaniosa di andare.”

A casa | Link al video

IL DESTINO DI TUTTI
“Mia madre, anziana e ancora vigile, vive in un bilocale dignitoso. 
Tiene l’appartamento maniacalmente pulito, con qualche dimenticanza che una volta non si sarebbe concessa, uno straccio umido dimenticato in mezzo alla sala, qualche capello bianco nella doccia, una ciabatta in corridoio capovolta e distante dall’altra. Passo a trovarla, e quando mi congedo spesso mi saluta dalla poltrona, sorride e dice di stare tranquillo. La lascio lì, raccolgo le mie cose e esco tirandomi la porta alle spalle. Lei accende una lampada e guarda la tv; oppure continua a cucire, un occhio stretto per mirare con il filo la cruna dell’ago.  Questa l’immagine da cui sono partito a scrivere questa canzone: mia madre seduta su una poltrona, nel cono di luce di una lampada a stelo. Lei e i pensieri, figure imprecise che ritornano profittando del buio, o del silenzio. Il destino è un fantasma. Lo immagino come la nebbia che scivola in terra di notte sulla pianura. Passa sotto casa mentre dormiamo, ci monta gli anni davanti. Molte giornate che troveremo saranno diretta conseguenza di queste, e c’è chi dice infatti che il destino è nelle nostre mani. Ma in certe ore attese e lungamente progettate qualcuno avrà infilato l’imprevisto, e saranno salti di gioia e braccia al cielo, o singhiozzi disperati e incontenibili. Io scrivevo del destino in una canzone, che è come scrivere di niente. Matticchio lo immagino che sbuffa mentre parlo di controllo e imprevisto, che si disinteressa delle mie descrizioni e mentre parlo organizza una delle sue beffe gentili. Disegna una casa su una collina, che se ne sta lì ogni santo giorno, dritta sotto il sole, ferma nella tempesta.”

Il destino di tutti | Link al video

  • Share

playlist